Esaurito l’effetto shock, esaurita la lista di provocazioni illecite, esaurito lo spasmo delle major nel tentare di rendere “vendibile” il personaggio, cosa resta di Marylin Manson? La risposta è semplice: odio allo stato puro. Lo stesso odio di cui è intriso sino alle radici il suono di questo ‘Holy Wood’, disco di rabbia sublime, visionaria, costantemente proiettato oltre il palcoscenico terreno. Settanta minuti di musica in cui convivono per la prima volta in perfetto equilibrio le due influenze ancestrali di Manson (Bowie vs Stooges), creando sulla tela sonora squarci di ultra-violenza esistenziale. Nell’aria infatti si respira risentimento, unito ad una forte sensazione di isolamento artistico ed umano, presente soprattutto in ‘The Death Song’ ed in ‘The Fight Song’ (delizioso il suo ironico accenno ai Blur di ‘Song 2’). A questo si accompagna una diffusa atmosfera di solennità, di rock-opera; quasi come se il disco volesse esesere l’ideale colonna sonora per un rituale pagano, scandendo i tempi con l’incedere maestoso di ‘Cruci-Fiction In Space’ o la clamorosa coda di ‘Target Audience’. A spingere all’eccesso questo cupo scenario decadente arriva poi il trittico industrial di ‘Born Again’, ‘Burning Flag’ e ‘King Kill’, ovvero quanto di più vicino ai NIN (fin troppo…), il nostro abbia mai realizzato sino ad ora. Per questo e molto altro (i testi e l’immaginario dell’artista meriterebbero infatti un discorso a parte), ‘Holy Wood’ si rivela un disco tutt’altro che scontato, che necessita di un ascolto attento e paziente. Fattore, questo, che scoraggerà immediatamente tutti coloro che della musica del reverendo potevano (o amavano) cogliere solo gli aspetti più superficiali. Marylin Manson oggi chiede devozione totale o totale abbandono. Io ho già compiuto la mia scelta; ora è il vostro turno.
Gianluca Servetti
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